In Egitto un errore fatale

Nemmeno i Fratelli musulmani, potenti e spregiudicati come sono, sono riusciti a impedire finora ai militari egiziani di portare avanti il loro piano di sopravvivenza. E quando non sai cosa augurarti, commentando un’elezione che avrebbe dovuto essere libera, vuol dire che le premesse di una transizione sono evaporate. La prima domanda da porsi è: dov’eravamo, noi occidentali democratici e paternalisti, mentre tutto questo accadeva? Le giustificazioni, signora maestra, sono tante: c’è la crisi economica, c’è la crisi siriana, c’è la crisi iraniana, c’è la crisi dell’euro, chi lo trova il tempo per l’Egitto?
7 AGO 20
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Nemmeno i Fratelli musulmani, potenti e spregiudicati come sono, sono riusciti a impedire finora ai militari egiziani di portare avanti il loro piano di sopravvivenza. E quando non sai cosa augurarti, commentando un’elezione che avrebbe dovuto essere libera, vuol dire che le premesse di una transizione sono evaporate. La prima domanda da porsi è: dov’eravamo, noi occidentali democratici e paternalisti, mentre tutto questo accadeva? Le giustificazioni, signora maestra, sono tante: c’è la crisi economica, c’è la crisi siriana, c’è la crisi iraniana, c’è la crisi dell’euro, chi lo trova il tempo per l’Egitto? Nessuna però è decisiva: noi eravamo altrove, ma forse in fondo eravamo terrorizzati dalla deriva islamista e abbiamo iniziato a rimpiangere lo status quo: i militari sono brutali ma sono quelli con cui abbiamo imparato a fare i conti. I Fratelli musulmani invece sono incontrollabili, non sono mossi soltanto dal potere, vogliono conquistare paesi e terre per accerchiare l’intruso israeliano e dimostrare all’occidente che non vale nulla. Fanno paura. E forse per paura, abbiamo voltato lo sguardo altrove.
C’è chi invece ha sempre pensato che i Fratelli costretti a infilarsi l’abito da politico avrebbero dimostrato un pragmatismo inaspettato: i soldi servono anche a loro e, se vogliono che gli investimenti non scappino, devono piegarsi a un pur minimo dialogo internazionale. Ma in questi caotici diciotto mesi di rivoluzione/transizione, una volta conquistato il Parlamento, i Fratelli non hanno dato grande prova di sé: hanno abbandonato la piazza, hanno stretto patti con il regime, hanno fatto un errore via l’altro nella gestione delle loro candidature e infine si sono fatti sorprendere impreparati dal giudizio della Corte costituzionale che ha confermato al ballottaggio di oggi l’ex premier di Mubarak, Ahmed Shafik. Come sia stato possibile che la gran macchina di potere dei Fratelli musulmani – moschea per moschea, quartiere per quartiere, un welfare dal basso degno della migliore socialdemocrazia – sia implosa in questo modo è un’altra delle domande che ci poniamo, e forse al fondo c’è che il regime e il suo sistema di potere è ben più radicato, il “feloul”, tutto ciò che ha a che fare con il regime, non è affatto un “rimasuglio”, ma è l’Egitto di oggi, un paese che si è liberato del suo dittatore, ma ha tenuto tutto il resto.
Come scrive l’Economist nell’endorsement ai Fratelli musulmani, Shafik non è un candidato “decent”, e siccome l’alternativa liberale è stata già frantumata al primo turno, non resta che Morsy, “una scelta piena di rischi, ma migliore rispetto a un ritorno a un passato d’oppressione sotto Shafik”. Molti pensano che questo senso di tradimento potrà essere decisivo nelle urne e negare ai militari l’ultimo miglio del loro piano istituzionale. Non si sa cosa sia meglio augurarsi, ma è forte la consapevolezza che questa volta girarsi dall’altra parte per paure e distrazioni sia stato un errore fatale.